Aspetto con pazienza atavica che si sciolga lo zucchero nel caffè,
che lo squillo del telefono sia per me, che il presente scivoli nel reale,
che cresca questa eterna voglia di scappare...
Aspetto ogni istante a venire: la torta che lievita,
la figlia sorpresa, quanto me, del suo essere.
Trovo il seme dell'addio ad ogni incontro, di mano in mano scandito,
da presenze fantasma invadenti,
all'estremooriente di questosproloquio.
Rispetto i tempi altrui, i miei li rincorro ancora:
esausta, sotto il lampione della fermata,
non ricordo se devo partire o sono già arrivata...
L'attesa mi confonde e mi sprofonda in un letargo segreto,
dove, in fondo attendo solo l'ultimo attimo e mi scuso per il ritardo:
"Oh dei mi hanno fatto aspettare troppo!
Non mi sono ricordata quando dovevo morire...
Intanto ho imparato a bere il caffè amaro, a fare torte senza lievito,
e vivere il grembo come intestino,
e.. la mente.. come unico destino
Marina Sibaud, 1 Settembre 1992